

145. La rivoluzione culturale in Cina.

Da: E. Snow, La lunga rivoluzione, Einaudi, Torino, 1973.

L'americano Edgar Snow segu, prima come giornalista e poi come
saggista e studioso, le varie fasi della rivoluzione comunista
cinese.  I suoi studi si fondano su testimonianze dirette dei
principali protagonisti, compresi Mao Tse-tung e Chou En-lai, con
i quali instaur rapporti di amicizia. In questo passo egli espone
alcuni degli obiettivi fondamentali della cosiddetta rivoluzione
culturale.


Uno degli obiettivi di Mao era quello di semplificare la
struttura amministrativa ed eliminare i doppioni. Nei centri
urbani e provinciali trovai che la riduzione degli apparati era
stata abbastanza drastica, ma nella capitale la sovrastruttura del
governo centrale era stata davvero ridotta all'osso. Ai primi del
1971 il primo ministro Chou En-lai mi disse che egli era
assistito, per esempio, solo da due vice primi ministri, mentre
prima ne aveva sette.
Prima c'erano novanta dipartimenti che dipendevano direttamente
dal governo centrale - disse -. Ora ce ne saranno solo ventisei.
Al momento attuale essi sono diretti da comitati rivoluzionari, in
ognuno dei quali il nucleo del partito rappresenta il nucleo
dirigente. Prima nel governo centrale c'erano pi di sessantamila
impiegati amministrativi. Ora ce ne sono circa diecimila.
Dove erano andati a finire i quadri destituiti? Circa l'80% di
quelli di Pechino venivano mandati in centri rurali noti come
scuole del Sette maggio, definizione che derivava da una direttiva
emanata in quel giorno (nel 1968) da Mao Tse-tung. In queste
scuole la rieducazione al socialismo era combinata col lavoro
produttivo nelle fattorie delle comuni, e spesso su terre aperte
da poco alla coltivazione. Andare gi alle scuole comunarde non
era una punizione, ma era considerato come una continua
rieducazione allo spirito del partito. In futuro tutti i quadri,
ed eccezione di quelli pi elevati, sarebbero stati inviati
periodicamente in queste scuole, per sottoporsi a questa specie di
verifica ideologica, intesa come una normale terapia politica.
I pi capaci di questi quadri trasferiti in campagna andranno, o
sono gi andati, a rafforzare il lavoro di direzione in varie
localit [di provincia] - disse Chou -. C' bisogno di molta gente
che aiuti a dirigere le industrie e gli istituti che prima
dipendevano dai ministeri del governo centrale ma che vengono ora
affidati al controllo locale. Molti altri avevano oltrepassato la
sessantina, ed erano pronti per andare in pensione. Altri vivranno
insieme alle loro famiglie nelle comuni. Ci sarebbe stato lavoro
per tutti.
Questa linea decentralizzatrice rifletteva anche il nuovo accento
posto sulla autosufficienza regionale e locale - non solo per
quanto riguardava i viveri ma anche l'industrializzazione - dovuta
in parte a una crescente elettrificazione delle campagne.
Continuavano a esserci migrazioni organizzate, su scala massiccia,
di giovani e di adulti delle citt, dotati di una certa
istruzione, verso nuovi impieghi nei distretti e nelle comuni
dell'interno. Solo a Shanghai, dal 1965, questo esodo aveva
interessato un milione di persone. Il totale, compresi molti
elementi dei distaccamenti studenteschi delle Guardie Rosse che
avevano lanciato la rivoluzione culturale, veniva fatto ascendere
a svariati milioni.
Ma queste riforme della sovrastruttura non erano che un aspetto
del rivolgimento politico vissuto dal paese. L'obiettivo
fondamentale di Mao era, n pi n meno, quello di proletarizzare
il modo di pensare del partito e, inoltre, spingere il
proletariato a prendere realmente il potere nelle proprie mani,
creando nel corso di questo processo una nuova cultura libera dal
retaggio feudale e borghese.
Era stato proprio avendo questo obiettivo in mente che Mao Tse-
tung aveva deliberatamente rischiato di mandare all'aria quel
partito che egli stesso, pi di chiunque altro, aveva costruito.
All'inizio l'intenzione di Mao era quella di rimuovere dal potere
solo una manciata di persone. Ma la mano che spazz il paese
raccolse molti alti e autorevoli dirigenti e alcuni dei pi vecchi
compagni di Mao. Fra questi, in primo luogo, Liu Shao-chi, che nel
1959 aveva preso il posto di Mao come capo dello Stato. [...].
In una parola, Mao chiedeva che i proletari destinati a succedere
al potere rivivessero l'esperienza rivoluzionaria fatta gi dalla
sua generazione, e ne traessero le logiche conclusioni.
Cos il primo problema era posto dalla convinzione di Mao che il
partito stava seguendo la via revisionista (sovietica) al
capitalismo - creando una nuova classe, una lite di detentori del
potere burocratico, un mandarinato di quadri separati dal lavoro e
dal popolo. C'era poi un problema strettamente connesso, posto
dalla ricerca da parte di Liu - appoggiato da P'eng Chen e da
altri, secondo quanto mi dichiar il presidente Mao - di un
compromesso nella controversia sino-sovietica.
Nel 1965 la Cina, con gli attacchi aerei americani contro il
Vietnam e vicino ai suoi stessi confini, si trovava a essere sotto
la minaccia di invasione. Liu voleva mandare una delegazione
cinese al ventitreesimo congresso del partito sovietico per
riattivare l'alleanza sino-sovietica. Mao si rifiut decisamente
di lasciarsi trascinare in una posizione di dipendenza come in
Corea, e in un possibile tranello. Al contrario, insistette perch
ci si basasse su una guerra popolare di difesa - mentre si
continuava a costruire la bomba - e su una linea di grande
appoggio al Vietnam, ma non di intervento.
La linea di Mao, se considerata nel quadro della strategia seguita
tradizionalmente dai cinesi contro le minacce di aggressione
straniera, sembrava straordinariamente non ortodossa. Yi yi chih
yi - usare i barbari per combattere i barbari - era sempre stato
un principio cardinale della Cina, paragonabile al principio,
sacro a Roma ed ai suoi successori, del divide et impera [dividi e
comanda]. Negli ambienti dei cinesi tradizionalisti e in quelli
dei pechinologi occidentali versati nella storia cinese, si disse
allora che Mao era uscito di senno. Una potenza debole che
adottava una politica che sembrava unire i suoi nemici e aprire la
strada a una guerra su due fronti? Una offensiva di propaganda
su scala internazionale che invocava la sciagura sulle case di
entrambi? Ma Mao sapeva quello che stava facendo. La minaccia pi
importante era all'interno, non all'esterno. Un compromesso con
una qualsiasi delle due superpotenze avrebbe potuto soltanto
portare a una scissione sul fronte interno. Una Cina risolutamente
indipendente e unita avrebbe potuto affrontare qualsiasi tempesta.
Una Cina dilaniata all'interno da fazioni che cercassero di
sfruttare i vantaggi di una alleanza con la Russia non sarebbe
rimasta in piedi.
